1.Decommercializzazione estesa alle reti associative 2.Somministrazione di bevande e alimenti imponibile dal 2025

Decommercializzazione estesa alle reti associative

Associazioni di promozione sociale (Aps), si conferma anche per gli iscritti la decommercializzazione prevista per gli associati. Con la risposta a interpello 115, pubblicata il 23 maggio, l’agenzia delle Entrate torna a fare il punto sui requisiti soggettivi per l’accesso al regime agevolato Ires di cui all’articolo 148, comma 3 del Tuir. Si tratta di una delle principali agevolazioni previste ai fini delle imposte dirette per gli enti associativi che consente di decommercializzare i corrispettivi specifici versati per le attività svolte, tra gli altri, dalle Aps in diretta attuazione degli scopi istituzionali da iscritti, associati o partecipanti. Con la specifica che rientrano nel beneficio anche i corrispettivi percepiti da altre associazioni che svolgono la medesima attività e che fanno parte di un’unica organizzazione locale o nazionale, nonché rispettivi associati o partecipanti e tesserati dalle rispettive organizzazioni nazionali.

Proprio sul punto interviene la richiesta di interpello di un ente appartenente a una Aps nazionale che – dopo aver distinto nello statuto gli associati dagli iscritti– chiedeva conferma dell’applicazione anche a quest’ultimi del regime agevolato. Sul punto arriva la risposta favorevole dell’Agenzia. Gli iscritti, non beneficiando dei diritti di partecipazione e voto nelle assemblee, rientrano a pieno titolo nell’ambito soggettivo.

Non si tratta infatti di soggetti terzi che versano il corrispettivo per l’attività resa ma sono, in ogni caso, legati all’organizzazione nazionale di cui l’Aps fa parte mediante il versamento di una quota di iscrizione e il contestuale tesseramento all’ organizzazione nazionale. È il caso, ad esempio, di coloro che nelle associazioni dilettantistiche svolgono attività sportiva pur non rivestendo la qualifica di soci o associati. In quest’ipotesi, come chiarito in più occasioni dall’Amministrazione finanziaria, l’accesso al beneficio fiscale scatta solo a condizione che i corrispettivi specifici derivino da soggetti inseriti del contesto organizzativo, a titolo di tesserati delle reti sportive ed enti di promozione sportiva (circolare 18/E/2018).

Si pone, dunque, l’esigenza di perimetrare a livello giuridico tutti i rapporti che assumono rilevanza in questo quadro e che possono fruire della specifica ipotesi di decommercializzazione. Vale a dire sia quelli intercorrenti tra il soggetto che versa il corrispettivo e l’Aps che svolge l’attività, sia tra quest’ultima e le organizzazioni nazionali di cui fa parte. Un tema che presenta particolare interesse per le tante realtà del terzo settore che si qualificano come associazioni di secondo livello, in grado di aggregare altri enti.

Un esempio può certamente essere quello delle organizzazioni nazionali qualificate come reti associative del Terzo settore. L’appartenenza di una Aps alla rete è sancita, in alcune ipotesi, mediante l’ammissione come associato anche per il tramite delle proprie articolazioni territoriali e, in altre, tramite adesione diretta all’organizzazione medesima senza assumere al contempo la qualifica di associato. In entrambi gli scenari – seguendo l’impostazione dell’Agenzia – trova applicazione il regime di decommercializzazione dei corrispettivi specifici o quote supplementari di cui all’articolo 148, comma 3 del Tuir. Con l’ulteriore indicazione che, a prescindere dal legame intercorrente tra l’Aps e la rete/organizzazione nazionale, l’agevolazione scatta nella misura in cui il corrispettivo specifico provenga da un soggetto che sia, rispettivamente, socio o iscritto della prima e tesserato della seconda.

Si tratta di chiarimenti che tengono già conto delle peculiarità del Terzo settore e che, a ben vedere, continueranno a trovare applicazione per le Aps anche una volta disapplicato il regime del Tuir. Vale a dire una volta intervenuta l’autorizzazione Ue sui regimi fiscali del Terzo settore. Ciò nel presupposto che per queste tipologie di enti sarà efficace, senza soluzione di continuità, la misura di cui all’articolo 85, comma 1 del Codice del Terzo settore, che ha un tenore del tutto analogo a quello del Tuir.

Somministrazione di bevande e alimenti imponibile dal 2025

Corrispettivi specifici e quote supplementari: anche per le Aps (associazioni di promozione sociale) è ora di fare i conti con le novità Iva. Se oggi queste tipologie di entrate si considerano irrilevanti ai fini Iva, dal 1° gennaio 2025 si assisterà al ribaltamento del regime fiscale.

Divengono, infatti, efficaci le modifiche apportate dal Dl 146/2021 che faranno scattare, da un lato, la presunzione di commercialità delle cessioni di beni e delle prestazioni di servizi ai soci, associati o partecipanti verso pagamento di corrispettivi specifici, o di contributi supplementari (articolo 4, comma 4 del Dpr 633/1972) e, dall’altro, l’esenzione dall’Iva per le stesse operazioni (articolo 10 comma 4, decreto citato). Con la conseguenza che corrispettivi specifici e quote supplementari saranno attratti in campo Iva, seppur in regime di esenzione. Tale inquadramento non comporterà di fatto un aggravio per il socio-committente del servizio, in quanto in fattura l’imposta non sarà addebitata.

Un cambiamento di rotta “tangibile”, ai fini Iva, invece riguarda quelle Aps che somministrano alimenti e bevande. A oggi tale attività viene considerata esclusa purché:

1 effettuata nella sede istituzionale;

2 strettamente complementare alle attività svolte in diretta attuazione degli scopi istituzionali;

3 rivolta soltanto a soci, associati e partecipanti dell’associazione.

Dal 1°gennaio 2025 non tutte le entrate derivanti dall’attività di somministrazione di alimenti e bevande potranno qualificarsi come esenti, potendovi rientrare le sole prestazioni rese, a favore di persone indigenti, dalle Aps riconosciute a livello nazionale (pensiamo alle mense solidali). In questo modo, la somministrazione verso soci, associati e partecipanti potrebbe mutare radicalmente trasformandosi in attività assoggettata a un regime di piena imponibilità ai fini Iva.

Attenzione dovrà essere posta dalle realtà dotate non solo della qualifica di Aps ma anche di associazione sportiva dilettantistica. La futura ipotesi di esenzione Iva ha, infatti, un ambito che non coincide con la corrispondente ipotesi di esclusione dell’articolo 4, trovando applicazione non solo per le prestazioni rese a associati, partecipanti o tesserati, ma più genericamente alle «persone che esercitano lo sport o l’educazione fisica» a prescindere da un valido rapporto associativo/tesseramento. Viene meno, dunque, lo spirito “mutualistico” che aveva caratterizzato il perimetro del trattamento agevolato Iva, ampliando quest’ultimo verso i servizi resi a una ampia gamma di soggetti. Senza poi tener conto della norma del decreto Pa bis (articolo 36-bis, Dl 75/2023) che prevede una nuova ipotesi di esenzione relativa alle prestazioni di servizi, incluse quelle didattiche e formative, connesse con la pratica dello sport rese da organismi senza scopo di lucro. Un cambiamento di regime, ai fini Iva, che mette l’intero mondo associativo di fronte a precisi oneri di compliance, quali l’apertura della partita Iva e l’obbligo di fatturazione e registrazione e tenuta dei libri Iva. Adempimenti a cui si potrà ovviare sfruttando l’istituto della dispensa (articolo 36 bis, Dpr 633/1972), a condizione che le operazioni effettuate siano esenti Iva e non ricomprese tra quelle per cui il meccanismo è vietato. O, in alternativa, utilizzando il regime forfettario dei contribuenti minori già operativo per Aps e Odv dal 1° gennaio di quest’anno seppur entro la soglia ridotta a 65mila euro.

Lo scenario imminente per le realtà associative prevede dunque cambiamenti di non poco conto che, specie per le realtà di piccolissime dimensioni, potrebbe suggerire l’introduzione di misure ad hoc al fine di evitare adempimenti sproporzionati rispetto alle esigue attività svolte.

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