1.Terzo settore se l’ente si scioglie patrimonio da devolvere ad altro Ets. 2.Nella determinazione dei valori si parte dai dati del bilancio

1.Terzo settore se l’ente si scioglie patrimonio da devolvere ad altro Ets.

A più di due anni dall’operatività a pieno regime del Registro unico nazionale del terzo settore (RUNTS), gli enti sono chiamati a confrontarsi con le implicazioni giuridico-economiche relative alla devoluzione del patrimonio nelle diverse ipotesi contemplate dal Codice del Terzo settore (CTS). Tema, quello della devoluzione patrimoniale, che non pone, però, solo vincoli normativi a cui gli ETS sono tenuti ad adeguarsi, ma che è anche espressione di un principio basilare del sistema, vale a dire il mantenimento all’interno del circuito dell’economia sociale della ricchezza ivi generata.

Mettendo a sistema la normativa e la prassi già elaborata in materia con riferimento alle ONLUS, il Codice del terzo settore fa scattare gli effetti devolutivi essenzialmente in due casi. Da un lato l’ipotesi dello scioglimento, che implica l’estinzione giuridica dell’ETS, e, dall’altro, la cancellazione dal RUNTS dell’ente che intende rimanere operativo fuori dalla cornice del Terzo settore.

Nel primo caso (art. 9) il CTS, rinviando alle ipotesi di scioglimento previste dal codice civile (i.e. raggiungimento scopo o impossibilità di perseguirlo), richiede la devoluzione del patrimonio residuo (ovvero quello risultante dalla fase di liquidazione) ad altro ETS, previo parere positivo dell’Ufficio del RUNTS. Nel caso della cancellazione (art. 50), invece, la devoluzione del patrimonio riguarderà solo quello incrementale. Un’ipotesi, questa, che potrà verificarsi non solo nel caso in cui l’ente presenti istanza motivata ma anche nelle diverse ipotesi previste dall’articolo 25 del DM 106/2020 (accertamento d’ufficio della carenza o mancanza dei requisiti per rimanere iscritti al Registro, mancata ottemperanza degli obblighi di deposito degli atti, aggiornamenti, presenza di provvedimenti di liquidazione o dell’autorità competenti). La ratio delle due regole differenti in merito alla consistenza del patrimonio da devolvere sta proprio nell’operatività successiva alla devoluzione, che contraddistingue la seconda ipotesi e che implica di circoscrivere gli effetti devolutivi al patrimonio generato in costanza dell’iscrizione al RUNTS.

Il tema della devoluzione del patrimonio riguarda anche le ONLUS che, laddove scelgano di non fare il proprio ingresso nel RUNTS entro il 31 marzo del periodo di imposta successivo all’autorizzazione UE, saranno tenute a devolvere il patrimonio incrementale. Quest’ultimo sarà calcolato tenendo conto della quota parte accumulata in vigenza della qualifica di Onlus secondo uno schema analogo a quanto previsto dall’articolo 50 del Codice del terzo settore in caso di cancellazione.

In tutte queste casistiche il fenomeno devolutivo è la naturale conseguenza dell’applicazione del principio dell’assenza di scopo di lucro che ispira l’intera disciplina del Terzo settore. Con tale strumento il legislatore sottrae le risorse economiche dell’ente alla discrezionalità gestoria di soci e amministratori, preservando così il vincolo di destinazione del patrimonio anche quando il singolo ETS viene meno. Il patrimonio, dunque, deve essere impiegato per continuare a finanziare le attività di interesse generale a fronte della sua assegnazione ad un ente beneficiario con qualifica di ETS

Sotto questo ultimo punto di vista, gli ETS dovranno quindi fare i conti anche con la scelta dei destinatari a cui devolvere il proprio patrimonio. Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha infatti escluso le ONLUS dal novero dei soggetti che possono beneficiare della devoluzione (nota 6710/20254). Questi ultimi enti, la cui qualifica rileva solo a fini fiscali, non sono infatti sottoposti al medesimo obbligo di devoluzione del patrimonio degli ETS, caratterizzato da un regime civilistico di grande rigore che sanziona con la nullità gli atti di devoluzione compiuti in violazione di quanto disposto dall’Ufficio del RUNTS. Ciò a presidio del sistema virtuoso di sostenibilità – sottostante alla normativa sulla devoluzione – che si autoalimenta delle proprie risorse e favorisce la produzione di valore sociale condiviso.

2.Nella determinazione dei valori si parte dai dati del bilancio

La fuoriuscita dell’ente dal RUNTS, per effetto di scioglimento o cancellazione dal registro (si veda articolo nella pagina), comporta la necessità di identificare l’esatta consistenza del patrimonio da devolvere, da valutarsi tenendo conto del solo incremento patrimoniale realizzato in costanza dell’iscrizione al RUNTS (in caso di cancellazione dal Registro con prosecuzione delle attività) ovvero del patrimonio residuo (in caso di estinzione o scioglimento).

Nella prima ipotesi (devoluzione del patrimonio incrementale), l’effetto devolutivo implica una comparazione delle componenti patrimoniali possedute dall’ente – rispettivamente – al momento in cui lo stesso ha assunto la qualifica di ETS e in quello in cui la medesima qualifica è venuta meno, così da individuare il margine di valore generato negli esercizi in cui l’ente è stato iscritto al RUNTS.

Se si considera che il patrimonio, per definizione, è costituito dalla differenza tra attività e passività, il patrimonio “marginale” sarà, allora, pari agli incrementi dei valori delle attività e dalle riduzioni delle passività al netto delle riduzioni di valore delle attività e degli incrementi delle passività.

Anche sulla base della prassi relativa alle ONLUS (circ. Agenzia delle entrate n. 59/2007 e delibera Agenzia per le ONLUS n. 128/2008), il punto di partenza per determinare tali valori è costituito senz’altro dai dati di bilancio, nella consapevolezza, tuttavia, che non appare sufficiente arrestarsi ai valori contabili, stante la loro inidoneità a rappresentare l’effettivo incremento patrimoniale da assoggettarsi a devoluzione.

Si pensi a un incremento di valore registrato nella situazione patrimoniale dell’ente fra le “immobilizzazioni materiali” ma riferito a un immobile già nel possesso dell’ente nel momento ante iscrizione al RUNTS. Evidentemente un simile incremento di valore non risulta dovuto al regime di favore riservato agli ETS ma trova fondamento, ad esempio, in una rivalutazione di mercato dell’immobile oppure all’aumento di valore della moneta.

Anche nell’ipotesi in cui l’incremento di valore si riferisca a un immobile che sia stato ceduto nel periodo di iscrizione al RUNTS, non appare automatico imputare il plusvalore emerso dalla vendita alla qualifica di ETS, se ad esempio l’immobile risultava iscritto in bilancio a valore storico.

Considerazioni analoghe possono formularsi con riguardo al patrimonio mobiliare dell’ente, come le partecipazioni che acquistano valore nel tempo.

In altre parole, ai fini del calcolo dell’incremento patrimoniale appare necessario distinguere le variazioni di valore direttamente connesse allo status di ETS da quelle che prescindono da esso, dovendo quindi seguire un approccio che valuta caso per caso le singole fattispecie.

Il principio di effettività delle componenti patrimoniali dovrebbe valere anche nella seconda ipotesi sopra tracciata, di devoluzione del patrimonio residuo. Il valore contabile dei beni facenti parte del patrimonio residuo potrebbe non essere in grado di “fotografare” la reale consistenza del patrimonio complessivo dell’ente, mentre una stima dei beni al fair value sarebbe funzionale all’accettazione da parte dell’ente potenzialmente destinatario del patrimonio devoluto.

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