Compensi degli sportivi dilettanti: i giudici riscrivono il regime fiscale

Articolo pubblicato su Il Sole 24 Ore giovedì 30 Settembre 2021

A cura di Andrea Mancino e Gabriele Sepio

Lavoro e mondo sportivo: sempre più necessario trovare una definizione unitaria dell’inquadramento dei rapporti di collaborazione e lavorativi. Un aspetto questo emerso anche dai recenti orientamenti giurisprudenziali (Corte di Appello di Roma, sez. lavoro del 23 agosto 2021) che si sono espressi sulla tipologia a cui ricondurre i rapporti e i compensi di chi opera nel settore dello sport.

L’attuale previsione contenuta nell’art. 67, lett. m) del TUIR, infatti, consente di erogare a chi collabora nell’esercizio di attività sportiva dilettantistica in favore di enti sportivi, somme qualificabili come redditi diversi che sono destinatari di un regime fiscale e previdenziale favorevole (i.e. esonero totale dalla contribuzione Inps e dai premi assicurativi Inail).

Seppur i diversi orientamenti di prassi (cfr. Circ. INL 1/2016) e di dottrina abbiano cercato di delimitare i confini di tali norme previste per le collaborazioni sportive, l’avvento della Riforma dello Sport ha evidenziato la necessità di fissare dei criteri chiari e univoci per chi, operando in questo settore, stipula contratti con i collaboratori.

L’intervento della Corte di appello di Roma ha reso questa necessità ancora più evidente, intendendo riqualificare i redditi percepiti da un istruttore nell’alveo di quelli da lavoro autonomo sulla base del possesso dei requisiti soggettivi professionali (diploma di istruttore rilasciato da un organismo affiliante), della continuità del tempo della prestazione resa e dei compensi non simbolici percepiti.  Un orientamento che muove dal presupposto secondo cui la qualificazione deve essere effettuata prescindendo dalla natura del rapporto instaurato con l’ente sportivo e valutando unicamente il carattere professionale della prestazione resa. Qualora dovesse essere accolta tale impostazione, ci potrebbe essere il rischio di non poter più erogare a chi collabora nell’esercizio dell’attività sportiva somme qualificabili come redditi diversi con grave rischio per tutte le associazioni e società sportive dilettantistiche (ASD e SSD) di vedersi contestare il mancato adempimento agli obblighi previdenziali e assistenziali. A ben vedere, infatti, secondo tale orientamento giurisprudenziale i rapporti di natura continuativa e professionale, anche quelli al di sotto della soglia prevista dall’art. 69 del TUIR, dovrebbero essere oggetto di regolari contratti di lavoro, lasciando ai soli rapporti occasionali quali i premi classifica o i gettoni di modico importo corrisposti in occasione di manifestazioni, l’applicazione degli artt. 69 e 67, co.1, lett. m del TUIR.

Criticità queste che non sono risolte nemmeno dalla Riforma dello Sport, in quanto l’attuale testo del Dlgs. n. 36/2021 che si occupa di riordinare la materia del lavoro sportivo, sembra apportare solo ulteriori oneri ed incertezze senza apportare alcun contributo alla definizione dell’art. 67 e 69 del TUIR.

Tra le novità introdotte dalla Riforma e che destano maggiori perplessità, rientra l’inquadramento dei rapporti di collaborazione nel mondo dello sport. Se da un lato è ammirabile il fatto che il D.lgs. n. 36/2021 per la prima volta fornisce una definizione di “lavoratore sportivo”, dall’altra però permane la questione legata ad una generalizzazione dei rapporti di collaborazione che non tenie conto della specificità del settore, delle mansioni e delle modalità. Per di più se si pensa che l’ambito soggettivo di tale definizione ricomprendendo solo atleti, allenatori, istruttori, direttori tecnici, direttori sportivi, preparatori atletici e direttori di gara che, indipendentemente dal settore professionistico o dilettantistico delimita il perimetro escludendo tutte le altre importanti figure. Basti pensare, ad esempio, alle figure dirigenziali amministrativo-gestionali che, pur garantendo lo svolgimento di manifestazioni e attività di carattere sportivo, dovranno essere ricondotte nelle ordinarie fattispecie del lavoro subordinato o autonomo.  L’elemento che però desta maggiori perplessità, richiedendo una puntuale revisione, concerne sicuramente la mancata previsione di un’unica e specifica tipologia di contratto per il lavoratore sportivo. Il D.lgs. 36/2021, infatti, prevedendo la possibilità di inquadrare l’attività resa dallo stesso nell’ambito di un contratto di lavoro autonomo, subordinato o collaborazioni coordinate e continuative (co.co.co.), non consente di fatto di avere puntuali indicazioni in merito all’inquadramento del lavoratore in una categoria piuttosto che in un’altra. In questo contesto, quindi, si potrebbe pensare di adottare quale unica tipologia contrattuale quella del co.co.co. prevedendo una soglia di esenzione fiscale e previdenziale (i.e. 10mila euro) e l’applicabilità di imposte dirette e contributi solo sulla quota eccedente tale soglia. Così facendo anche i rapporti di natura continuativa e professionale, come intesi dalla giurisprudenza, sarebbero oggetto di regolare contratto. Per di più si potrebbe pensare di applicare tali contratti per il solo svolgimento di mansioni direttamente connesse alle attività sportive determinate con decreto del ministero del Lavoro, ascoltato il Coni, il CIP e l’organo di Governo deputato allo Sport.

Ulteriore aspetto, infine, riguarda la distinzione del lavoratore sportivo rispetto all’amatore. Una differenza che sembrerebbe basarsi unicamente sull’entità dei compensi complessivamente percepiti e non sulla base della natura fiscale del reddito percepito. Una figura quella dell’amatore che, a ben vedere, dovrà essere necessariamente inquadrata come “lavoratore sportivo” una volta superata la soglia dei 10mila euro con assoggettamento a contribuzione e imposizione diretta sull’intero importo. Ciò sul presupposto che il reddito percepito non rientrerà nella fattispecie dei redditi diversi di cui all’art. 67 TUIR, bensì in quella del lavoro autonomo con assoggettamento a tassazione ordinaria dell’importo eccedente e a contribuzione dell’intero importo percepito. Un inquadramento fiscale e contributivo questo, che andrebbe ripensato in quanto dettato unicamente da criteri quantitativi e non tanto da una valutazione qualitativa della natura del reddito nel suo complesso.

 

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